Chagall ha mai pensato di dipingere la maternità?

 

Siamo nell’anno del Venti Venti.
Siamo nei decenni del boom tecnologico, della connessione veloce e costante, dei telefoni smart, intelligenti, delle app e delle strumentazioni d’avanguardia.
Siamo negli anni dei libri in formato digitale (per quanto il cartaceo non abbia mai perso il suo fascino), delle agili ricerche su Google e delle sue risposte immediate.
Siamo nel Duemilaventi e abitiamo un mondo che diamo per scontato, l’abbiamo assoggettato, modificato a nostro piacimento, credendo di poterlo in qualche modo controllare e rendere corrispondente alle nostre esigenze.
Tuttavia ci sono cose che non cambiano: è da secoli che l’uomo nasce, cresce e muore, in un ripetersi ciclico di storie e di vite. Da secoli ci sono due persone che stanno per diventare genitori, che stanno per dare il benvenuto ad una nuova forma di vita, trepidanti ed impauriti, impazienti e speranzosi. Per quanto il tempo passi, la storia si ripete.

Quando penso alla coppia c’è un quadro che spesso mi torna in mente, un’immagine fluttuante, come fluttuanti sono i suoi protagonisti: è il dipinto di Marc Chagall dal titolo Il Compleanno (1915).
Si vedono due innamorati posti al centro della tela. Il tavolo al loro fianco è ancora apparecchiato a festa, il tempo della quotidianità sembra essersi fermato, mentre lei regge tra le mani un mazzo di fiori e lui la sorprende, curvandosi verso l’amata e rubandole un bacio. C’è leggerezza in quella stanza, si respira l’amore tra i due amanti e la spensieratezza e spontaneità di un sentimento forte e appassionato. Il tutto si svolge dentro un soggiorno dai tappeti rossi e dai colori caldi, decorato con graziosi fiorellini blu, con piccole finestre che si affacciano all’esterno, al domani. Nulla sembra poterli disturbare.
E se provassimo ad immaginare di mettere in parole ciò che i due innamorati si stanno dicendo, andando oltre l’idea originale del pittore?
Se provassimo a pensare a come cambierebbe l’atmosfera in quella stanza se, ad esempio, la giovane donna avesse appena detto di essere in dolce attesa del loro primogenito?
Ci troveremmo davanti ad un tripudio di pensieri, di domande, dubbi, fantasie, rispetto a quello che accadrà da lì a nove mesi, e non sarebbe di certo strano…
Anche il titolo, a quel punto, potrebbe essere cambiato, sostituendo l’originale con "Futuri genitori", perché è in quello stesso momento che ha inizio l’essere papà e mamma, anzi, già dal concepimento. Da quell’istante i genitori dovranno fare spazio, sia fisicamente che mentalmente, al nuovo arrivato, un vero e proprio spazio mentale. Fin da subito sarà necessario negoziare e condividere le modalità con le quali si sarà genitori, confrontarsi con le aspettative di ciascuno (verso il figlio e l’altro genitore), costruendo assieme qualcosa che prima non c’era, creando nella propria mente una nuova immagine di sé, completa di quella nuova parola: “genitore”.
Ciò che in un primo momento è fondamentale è la fiducia: fiducia nel partner, nella sua creazione e acquisizione di un proprio ruolo genitoriale, mai sperimentato prima; fiducia nella coppia, che è chiamata a prendersi per mano nel rispondere a questi nuovi equilibri, nel prendersi cura di questa nuova vita.

Poi il bambino nasce, e tutto si stravolge.
Nella stanza della moquette rossa dei due innamorati ora c’è una culla, forse di paglia, dall’aspetto accogliente. Dentro, avvolto in calde coperte, c’è il loro primogenito. Il nome l’hanno scelto con attenzione, o forse hanno deciso per il nome del nonno o della nonna che non c’è più, perché, per quanto a volte si cerchi di nascondere questo aspetto, il nuovo nato è già inserito all’interno di una vicenda generazionale, iniziata decadi prima di lui, e su di lui verranno riposte aspettative più o meno grandi ed ingombranti, portando su di sé anche il bisogno realizzativo dei propri genitori.
Tra pannolini, pianti e poppate, il neonato nei suoi primi mesi di vita richiede un’attenzione costante, una cura amorevole, condizionando i tempi e le necessità dei neo-genitori, il cui mondo è ormai puerocentrico, catalizzatore di attenzioni ed energie. Questo assetto, però, non è destinato a durare per sempre: arriverà il momento in cui sarà necessario iniziare a regolare le distanze, a tornare a guardare alla coppia, prima impegnata su altri fronti, e questo sarà possibile nel momento in cui si riconosce nel figlio una nuova persona, una nuova generazione.
Passaggio facile a parole, ma spesso molto più difficile nei fatti. Perché quando si diventa genitori torna alla mente la propria storia di figli, della propria infanzia, del rapporto con i propri genitori, cercando di riproporre ciò che c’è stato di buono e di tralasciare ciò che c’è stato di meno buono. Ma l’esito non è scontato: spesso, più si cercherà di evitare qualcosa, qualche atteggiamento, comportamento o modo di pensare, più ci si troverà con il riproporlo, tale e quale a quello che si era vissuto. Questo accade quando sono ancora aperti i conti con il passato e, si sa, meglio non lasciarli in sospeso.

Nessuno nasce genitore, nemmeno gli innamorati di Chagall, ma tutti possono andare a ripescare nel proprio immaginario cosa significhi essere genitori, che cosa comporti, quali siano le proprie aspettative a riguardo, senza scordare che non esiste il genitore perfetto, ma, come dice il caro Winnicott, il genitore “sufficientemente buono”, capace di amare e di compiere errori, quello che la sera, una volta steso a letto, si ritroverà a pensare a quello che avrebbe potuto fare meglio, quello che ha fatto bene e ciò che, al contrario, ha proprio sbagliato. Solo così si toccherà con mano l’uomo e la donna che stanno dietro ai nostri genitori e l’umanità di un mestiere vecchio come l’uomo.


Dott.ssa Martina Sivieri

  • Marc Chagall Il Compleanno 1915 Museum Of Modern Art New York
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