Con Gianni (Rodari) è tutta un'altra storia

 

Tanti auguri Gianni Rodari!
Ebbene sì, con quest’anno sono ben cento!
Nel panorama della letteratura per bambini un posto speciale lo occupa proprio lui, Gianni Rodari. Insegnante elementare, poi giornalista e scrittore, ha saputo raccontare la vita di tutti i giorni colorandola di vicende inaspettate e surreali, rendendo normale anche la più grande stramberia. Le sue favole e filastrocche sono tante e per tutti i gusti, ma nello spazio di questa Psicobricka mi piacerebbe dedicare qualche riflessione a due racconti del libro Favole al Telefono (G. Rodari, 2010), nel quale si percorre un viaggio immaginario attraverso l’Italia e le sue città, tra vicende insolite e realistiche.

La prima tappa è Gavirate.
Il suo è un mercato particolare, nel quale si vende un po’ di tutto e c’è chi, addirittura, pretende di vendere il Monte Bianco, l’Oceano Indiano, la città di Stoccolma… E’ così che nella breve favola “A comprare la città di Stoccolma” un certificato acquistato da un barbiere, rende l’uomo proprietario proprio di Stoccolma. Incuriosito, questo signore decide di risparmiare qualche soldo per visitare il suo nuovo possedimento e l’anno successivo eccolo lì, nella sua città, tra i suoi cittadini. Incontra persone affabili, cordiali e disponibili, ma nessuna di esse sembra sapere che lui è il proprietario della città intera… forse perché, in realtà, non lo è affatto. D’altra parte come si può pretendere di possedere un paese o una città? Di credere che siano cose da poter comprare per pochi soldi al mercato? L’autore vuole lasciar intendere dell’altro.
Gianni Rodari componeva questa storiella alla fine degli anni ‘60, e nulla ora suona più attuale: una società in cui allora come adesso tutto sembra acquistabile, dove l’importante è avere e possedere, dove l’attenzione ricade su chi esibisce e mette in mostra ciò che ha. Ovviamente non tutto si può comprare, certo non la città di Stoccolma che è di tutti e di nessuno. Una città deve essere alla portata di chiunque abbia il desiderio di impegnarsi, tirarsi su le maniche e provare a raggiungerla, visitarla, abitarla, conoscerla.
La vera sfida non sta nell’ottenere qualcosa, ma nel modo in cui tentiamo di riuscirci.

Seconda tappa è Roma ed il suo famoso e maestoso Colosseo.
Chi non conosce il Colosseo? Simbolo di una città, della sua storia e del passato dell’Italia intera, è un monumento affascinante, che non passa di certo inosservato, quasi magico. Talmente magico da spingere qualcuno a desiderare di rubarlo. Si, proprio così, come si racconta in “L’uomo che rubava il Colosseo”.
Un signore era talmente desideroso di avere l’imponente opera tutta per sé e di non dover dividerla con nessuno, che si era messo in testa di portarla via, pezzo per pezzo. Così ogni giorno andava al Colosseo, si metteva qualche pietra nella borsa e se la portava a casa, riponendo il bottino nelle varie stanze. Risultato? Nulla sembrava cambiato nel Colosseo, che conservava ancora le sue scalinate ed i suoi archi. L’obiettivo non era mai parso più distante al signore, che con il passare del tempo si era fatto anziano. Scoraggiato, aveva deciso di tornare sulle antiche rovine per un ultimo saluto. Salendo i gradini con la speranza di poter restare da solo ed in silenzio, scoprì con amarezza che il luogo era già invaso di turisti; tra la folla si udiva la voce di un bambino che continuava a ripetere la parola “mio”.
A quel punto tutto fu più chiaro al vecchio: nulla è propriamente “mio”, piuttosto si dovrebbe imparare a dire “nostro”.
Ma quanto può risultare difficile rinunciare al possesso privilegiando la condivisione?
Questo è un aspetto al quale in LaLudo diamo molta importanza: i luoghi sono tutti aperti, i giochi a disposizione di tutti, per utilizzarli da soli o in compagnia. Non c’è “mio” o “tuo”, ma “nostro”. Tuttavia a volte torna forte il tema del possesso, come se questo ci desse la sicurezza di esistere, di valere, come se determinasse il tipo di persona che siamo.

Quello che hanno in comune i due protagonisti di queste favole di Gianni Rodari è il bisogno di avere, di tenere per sé qualcosa che, al contrario, non può appartenere a nessuno, perché è un bene comune. Pensare di essere i proprietari di Stoccolma o del Colosseo ci appare fin da subito un’assurdità, un’esagerazione ed una stramberia… ed è proprio questo l’intento dell’autore: presentare in modo estremo un’idea, un pensiero, per renderli maggiormente comprensibili, ingigantire per normalizzare.
Rodari ci libera dal vincolo della consuetudine per darci la possibilità di cambiare punto di vista.
Chiediamoci ora quante volte abbiamo ragionato come il barbiere che si credeva il proprietario di Stoccolma, o come il signore che voleva tenere tutto per sé il Colosseo: la risposta potrebbe stupirci, portando allo scoperto tutte quelle volte che abbiamo messo davanti l’avere all’essere e al sentire… E se noi adulti facciamo questo sforzo, allora anche i più piccoli potranno farlo, probabilmente con maggiore facilità e naturalezza.

Dott.ssa Martina Sivieri

G. Rodari, “Favole al telefono”, EdizioniEL, Trieste 2010

 

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