A Sparta nessun bambino era iperattivo (o tutti lo erano)

 

Aspettative.
Ogni mattina ci alziamo dal letto, assonnati prendiamo coscienza che un nuovo giorno è iniziato, che il sole timido si nasconde dietro la sottile nebbia delle prime luci di ottobre. Una colazione più o meno lenta, un caffè o un tè, e la mente comincia a mettere a fuoco i primi pensieri; le immagini della giornata che si prospetta davanti a noi si susseguono, una dopo l’altra.
“Ci sono i bambini da svegliare… Speriamo si vestano senza far troppe storie, così almeno oggi arriverò in orario a lavoro.”
“Oggi ho una riunione davvero importante. Tutto il materiale è pronto. Chissà come andrà... Spero bene. Devo fare bella figura!”
Non appena la giornata ha inizio, piccole aspettative fanno capolino, ci fanno ragionare su quanto accadrà di lì a poco, o ripensare a quanto è capitato il giorno prima, in un incalzare di viaggi avanti e indietro nel tempo, che scandiscono le nostre giornate. Eppure, quanto spesso sentiamo la frase “Non intendo farmi aspettative.”? Come se le aspettative fossero qualcosa di negativo, associato all’avere pregiudizi o al partire prevenuti. In realtà le aspettative ci preparano al contesto con il quale dovremo confrontarci, dandoci la possibilità di prepararci, di evidenziare in anticipo punti di forza e di debolezza, ciò che ci potrà dare sicurezza o incutere timore.
Ma se le aspettative ci guidano nella comprensione del contesto, questo significa che anche il contesto ci dà degli indizi che guidano la nostra percezione.
Ad esempio, facciamo assieme un gioco.
Siamo nell’antica Sparta, è il 540 a.C. e nasce Leonida. È un bambino vivace, portato per l’attività fisica ed i giochi di lotta. Non ha molto interesse per la danza e la musica, delle quali, come di prassi, segue comunque le lezioni. Nel suo futuro si vede come re, condottiero di successo, tenace, capace di guidare il suo esercito in difesa della polis.
Ora, invece, siamo ad Atene, eterna rivale di Sparta. È all’incirca il 490 a.C. e a nascere questa volta è Fidia. Cresciuto tra marmi e scalpello, ha fatto dell’arte la sua massima vocazione. Davanti alla pietra fin da piccolo ha dimostrato doti ineguagliabili, capace di trascorrere ore ed ore a sagomare figure e a disegnare drappeggi.
C’è qualcosa che stride in queste due storie? Qualcosa che non torna, rispetto alle nostre conoscenze? No, ovviamente. Tutto combacia con le informazioni che qualche paziente insegnante ci ha insegnato anni addietro. Probabilmente qualcuno, già leggendo la parola “Sparta” aveva immaginato prestanti atleti e forti combattenti, accanto ai filosofi ed artisti della vicina Atene. Nel fare ciò ci siamo fatti delle aspettative, tenuto conto del contesto, che va oltre alle storie dei singoli personaggi: non ci siamo fermati alla semplice dicitura scultore o re.

Ecco allora un’altra storia.
Siamo a Roma, è il 2011 e nasce Giulio. È un bambino vivace, irrequieto, frizzante nel pensiero e nei movimenti. A scuola preferisce l’ora di ginnastica, durante la quale corre da un capo all’altro della palestra, mentre mal sopporta le ore di italiano. Quest’anno il suo nome sul registro è accompagnato da un asterisco, che riporta alla voce ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Ciò che ci colpisce della breve descrizione è che Giulio soffre di un disturbo ben preciso, che condiziona il suo modo di stare in classe, così come il modo delle insegnanti di relazionarsi a lui. Non è il contesto a determinare le nostre aspettative sul bambino, ma la sigla che sta dopo il suo nome.

Sempre più spesso entrando in una classe elementare ci si trova davanti a certificazioni, diagnosi di disturbi dell’apprendimento e Piani Educativi Personalizzati (PEI). Ma quanto sono utili tutte queste classificazioni?
Indubbiamente, in certe situazioni, una diagnosi specifica è indispensabile, a supporto del bambino, della famiglia e dell’insegnante in classe, ma in altre risulta forse un correre ai ripari prima ancora che questo sia necessario.
Ciò che occorre fare è una distinzione tra quelle forme conclamate di ADHD, ad insorgenza precoce, caratterizzate da aspetti comportamentali evidenti e difficoltà neuropsicologiche specifiche (come attenzione e autoregolazione del comportamento), e quelle forme più blande, caratterizzate da una vulnerabilità neurobiologica. In quest’ultimo caso ciò che fa la differenza è, appunto, il contesto, inteso prima di tutto come la famiglia, al quale poi si uniscono scuola e gruppi dei pari.

Perché il contesto è così importante? Perché permette di capire quanto ciò che il bambino manifesta è l’espressione di un disagio respirato, ad esempio tra le mura di casa, e quanto, invece, è l’espressione di aspetti del tutto naturali del proprio modo d’essere.
Se non si prende in considerazione ciò che circonda il bambino, si corre il rischio di trattare le diagnosi come qualcosa di reale, concreto, quasi tangibile, come se l’ADHD di Giulio fosse qualcosa che può portare con sé nella cartella, assieme ai quaderni e all’astuccio. Mentre valutando il contesto, ecco che emergono anche le potenzialità di Giulio, oltre alle sue mancanze o ai suoi punti deboli, rafforzando l’autostima ed il senso di efficacia, che troppo spesso vengono nascoste da etichette diagnostiche.

Ogni epoca ha le proprie patologie. Di certo nell’antica Sparta Leonida non sarebbe stato definito come il bambino iperattivo o con un deficit di attenzione, e probabilmente nemmeno il nostro Giulio, questo perché i contesti variano nel tempo, così come variano da persona a persona, da famiglia a famiglia. Se non si tiene presente ciò corriamo il rischio di dare eccessivo peso ad un pezzo di carta, che, per quanto utile, non potrà mai raccontare fino in fondo la storia del bambino che abbiamo davanti, metterne in luce le capacità ed i punti di forza.
Ciò che realmente può fare la differenza, ADHD o meno, è la creazione di una relazione che dia sufficiente sicurezza, aiutando il genitore a capire perché un figlio possa sviluppare determinate problematiche, delineando il vissuto che ha portato ad oggi, con racconti che tengano conto delle storie di ciascuno. Perché non c’è diagnosi che possa sostituire ciò che si crea tra un genitore ed il suo bambino.

Dott.ssa Martina Sivieri

Bibliografia:
G. Consolaro, “Il modello di intervento clinico in età evolutiva dell’Istituto Veneto di Terapia Familiare. La cornice di riferimento” in Storie e Geografie Familiari n. 19 – 20, Scione Editore Roma 2019.
M. Di Pietro, E. Bassi, G. Filoramo, “L’alunno iperattivo in classe. Problemi di comportamento e strategie educative”, Erickson, Trento 2001.
S. E. Finn, “Nei panni dei nostri clienti”, Giunti O.S., Firenze 2009.

 

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