Mio fratello ed io

 

Quando mio fratello si è ammalato avevo poco più di dieci anni, lui otto più di me.
Non eravamo mai andati molto d’accordo, la differenza d’età era molta, gli interessi del tutto diversi, ma sapevo mi voleva bene. Quel bene che parte dal cuore, che unisce un fratello ed una sorella per la vita, oltre il tempo.
Non ricordo bene il momento in cui mi comunicarono della sua malattia. Tutto si offusca se cerco di tornare con la mente a quel periodo. Probabilmente ero in grado di comprendere solo in parte quello che stava accadendo a Riccardo, quello che ci stava accadendo. Perché quella malattia ci ha travolto come un’onda sugli scogli: giorno dopo giorno si infrange su questi, con la stessa forza da secoli. L’acqua penetra tra le fessure, si insinua, prosegue inesauribile il suo cammino, fino a raggiungere un’altra scalfitura, e ancora giù, prosegue il suo lento percorso. E la roccia sta lì. Inizialmente sembra non curarsi dell’acqua: la guarda, la affronta, sembra non desistere. Poi, quando ancora in superficie non si avverte nessun cedimento, ecco che qualcosa dentro si rompe. La roccia trema, di sotto si sgretola ed i frammenti tornano all’acqua, che tanto li ha desiderati. Un pezzo dopo l’altro lo scoglio si inchina alla potenza di una forza alla quale non riesce a tener testa. Così è stato per noi il viaggio nella malattia.
In classe me ne stavo in silenzio, china sui quaderni. Solo Alice sapeva quello che stavo vivendo a casa, glielo avevo confidato qualche settimana prima a ricreazione, sorseggiando il nostro succo di frutta, tra un cracker e l’altro. Ricordo che quel giorno indossavo la felpa rossa che tanto mi piaceva, con il colletto bianco ed i ricami verdi. Da quel momento per me era diventata come un amuleto, un porta fortuna: aveva assistito al momento in cui mi ero aperta, per la prima volta, con qualcuno. Il pomeriggio stesso la mamma di Chiara aveva chiamato a casa mia. Mamma, rispondendo al telefono, non era riuscita a trattenere le lacrime, si strofinava gli occhi, la voce rotta. Io stavo a guardare e non capivo perché tutti si comportassero come se Riccardo fosse già morto. Ma per me era ancora lì.
Finché lo vedevo nel suo letto, per me era vivo. Finché giocava alla Play Station, per me era vivo, e lo era ancora di più quando si arrabbiava con me, quando mi rimproverava o mi chiamava dalla sua camera con voce forte.
Quella chiamata mi aveva fatto capire che se la mamma di Chiara aveva chiamato il giorno stesso della mia confidenza, allora quello che era capitato a Riccardo era davvero qualcosa di brutto; che se la mamma aveva pianto al telefono, allora anche io potevo farlo, perché qualcosa aveva velato il mio animo bambino, ero triste.

I mesi trascorrevano lenti e l’atmosfera in casa era sempre più grigia.
Una domenica mattina, quando Riccardo non aveva nemmeno la forza di alzarsi dal letto, ero andata in camera sua. Avevo abbassato piano la maniglia, non volevo si svegliasse per colpa mia, ma lui era lì, che osservava il soffitto. Nella camera filtrava la luce del debole sole di novembre, era freddo.
“Ehi, CriCri, cosa te ne stai lì sulla porta, entra! Siediti qui di fianco a me…”
Odiavo quel soprannome, mi ricordava il suono dei grilli d’estate con le loro gambette stridenti, ma lo lasciavo fare.
Il letto era alto, il materasso morbido, e Riccardo lo occupava in tutta la sua lunghezza: era alto per la sua età, slanciato, con due belle spalle larghe. Ero certa che le ragazze fossero innamorate pazze di lui.
Era strano vederlo lì disteso, coperto dal piumone, il viso pallido. Non sapevo cosa dirgli, ormai i nostri dialoghi erano ridotti allo stretto indispensabile. Nella mia mente i pensieri vorticavano spediti, avrei voluto fermarli ed afferrarne uno, ma non ne ero capace. C’era però una domanda che da mesi ritornava, giorno dopo giorno, alla quale non ero ancora riuscita a trovare una risposta. Così, con un po’ di coraggio gli domandai:
“Ricki, ma che cos’hai?”
Ogni volta che avevo fatto quella domanda a mamma e papà loro avevano risposto in modo evasivo, talvolta minimizzando, altre volte utilizzando paroloni ai quali non riuscivo a dare un significato. Ma per me era importante avere una risposta chiara, precisa. Una malattia si stava portando via il mio fratellone, quello che mi faceva giocare con lui ai videogiochi, quello con cui mangiavo la pizza davanti alla TV quando mamma e papà erano fuori a cena, quello che per me era l’esempio con la E maiuscola, che avrebbe mosso mari e monti e sguainato la spada, pur di proteggermi. Ma quel fratellone da un po’ di tempo non c’era più. Avevo bisogno di sapere con chi se ne stesse andando.
Lo vidi fare un grande, profondo respiro. Con una mano abbassò il lenzuolo che gli copriva parzialmente il viso, con l’altra si sollevò leggermente, appoggiandosi su un gomito. Gesti semplici, ma che gli constavano una gran fatica.
“…Sai cos’è un tumore, CriCri?”
“Una malattia, giusto?”
“Esatto. Un tumore è una malattia. Arriva e non te ne accorgi. Hai presente le mele che la mamma ha rovesciato l’altro giorno sul pavimento della cucina? Una dopo l’altra sono rotolate giù dal tavolo, con un tonfo sordo hanno sbattuto contro il legno, qualche piccolo rimbalzo e poi si sono fermate addosso al muro. Quante di quelle mele avevano la buccia ammaccata, segnata? Pressoché nessuna. Ma un volta tagliate a metà erano tutte ammaccate, la polpa era più scura, come una cicatrice, tanto più profonda quanto più forte era stato il tonfo. Così è anche il tumore. Spesso c’è, ma non lo vedi. A volte, però, le botte possono rendere una mela immangiabile, ed allora è impossibile non accorgersi che qualcosa è andato per il verso sbagliato, che qualcosa nella mela è cambiato. Allo stesso modo sono cambiato anch’io, sono ammaccato dentro.”
Lo stavo ad ascoltare in silenzio e lo guardavo dritto negli occhi, convinta che sarebbe sopravvissuto, che le sue larghe spalle avrebbero retto anche un colpo così forte. Ma avevo tanta paura.
La notte avevo iniziato a far fatica ad addormentarmi, qualcosa di cupo mi si fermava in gola. A volte piangevo, ma non chiamavo la mamma: aveva già fin troppi pensieri e preoccupazioni, non volevo darne altri. Fino a quando Riccardo non se ne è andato.

Quel giorno sì che lo ricordo.
Era primavera, erano trascorsi due anni. Il sole era caldo, l’aria frizzantina. Gli uccellini cinguettavano vivaci, volando di ramo in ramo. Guardavo fuori dalla finestra quando la nonna è entrata in camera, ma io già lo sapevo, l’avevo capito dal cinguettio là fuori. Piansi, piansi tanto.
Non sapevo cosa significasse perdere per sempre qualcuno, fino ad allora, ed impiegai del tempo per comprenderlo fino in fondo. Quella consapevolezza mi si infilò dentro, si scavò una nicchia. Era una sensazione forte, dolorosa, profonda.
Inutile dire che non ero l’unica a soffrire.
Da quel momento qualcosa in me è cambiato. Quando facevo qualcosa, qualsiasi cosa, la facevo per due. Quando andavo al cinema sceglievo spesso film che sarebbero piaciuti a Riccardo, immaginando i commenti che avrebbe fatto al termine della visione. Indossavo le sue t-shirt, quelle non troppo larghe, che mi facevo andare bene tenendole lunghe sopra i pantaloni stretti. Quando leggevo un libro, prima mi domandavo se a mio fratello sarebbe piaciuto o se lo avrebbe considerato banale, noioso. Scelsi il suo stesso liceo.
Ero contemporaneamente io e mio fratello, mio fratello ed io.
Anche a casa avevo questo ruolo. I miei genitori si aspettavano da me quello che avrebbe potuto fare Riccardo ed io sentivo il dovere e bisogno di colmare quell’enorme vuoto che aveva lasciato in casa e nei nostri cuori. A tavola il suo posto rimase vuoto, nessuno di noi obbiettò.
Ma questo continuo essere due persone contemporaneamente mi stava portando a perdere di vista me stessa, in una continua rincorsa del passato, nella paura di dimenticare e di lasciar andare un pezzo così importante della mia vita.
Ero terrorizzata dall’idea di dimenticarmi di lui, del suo viso, della sua risata, della sua voce.

Quello che non ti dicono quando perdi una persona che ami così tanto, che fa parte della tua vita più intima, che ti ha vista crescere, è che assieme a questa se ne va anche una parte di te, muore assieme a lei. Quella mattina di primavera, quando la malattia si portò via mio fratello, morì anche una parte di me. La parte bambina, quella capace di vivere leggera e spensierata. Ho iniziato ad aver paura di morire, di perdere anche i miei genitori, così ho imparato a tenere tutto e tutti sotto controllo, così che nulla mi sfuggisse, nel tentativo, invano, di proteggerli e salvarli da ciò che la vita aveva preparato per loro.
Inutile a dirlo, era qualcosa più grande di me, che mi avrebbe schiacciato sotto il suo peso di responsabilità. Cercare di non dare problemi e di evitarli agli altri si era rivelato il modo migliore per crearne di nuovi.

Un giorno, mentre mi stavo recando all’università, accadde qualcosa che mi fece fare un salto indietro nel tempo. Un salto indietro che mi permise di andare avanti.
Era estate, il sole era alto e si rifletteva sui palazzi attorno a me, che mi avvolgevano con le loro pareti di vetro e acciaio. Camminavo veloce, l’aria calda mi muoveva i capelli, che danzavano ad ogni passo. La testa mi pulsava, ma non potevo rallentare.
Poi tutto accadde nel giro di pochi secondi: attraversai la strada, non mi accorsi dell’auto che poco distante sopraggiungeva nella corsia opposta. La vidi troppo tardi. Chiusi gli occhi e fu buio.
Non so quanto tempo passò, ma mi svegliai in una stanza d’ospedale.
Ero un po’ ammaccata, dolorante qua e là, ma stavo bene, ero viva.
Mai, prima di allora, sentii il mio corpo come qualcosa di mio e di nessun altro. Mi accorsi che per troppo tempo avevo vissuto nel passato, dimenticandomi nel presente. La mia vita stava per essermi sottratta, ma miracolosamente mi era stata data una seconda, meravigliosa possibilità.
Quella notte, in quel letto di ospedale, rividi in sogno mio fratello. Era lì, di fronte a me. Avrei voluto allungare una mano, accarezzarlo, stringerlo a me, ma era troppo distante. Era sereno, come non lo avevo mai visto nei suoi ultimi mesi di vita, sorrideva. Non c’era più tristezza e morte nel suo sguardo.
Mi svegliai in lacrime, ma felice. Quell’immagine mi riempì di gioia, di vita. Volevo imprimere quell’immagine nella mia memoria e non abbandonarla più: quello era il fratellone che mi aveva tenuto per mano quando ero piccola, quello con cui ridere e litigare, quello che avrei portato con me per il resto della mia vita.
Era tempo anche per me di andare avanti, di iniziare a vivere come Cristina, quella che con la sua felpa rossa, il colletto bianco ed i ricami verdi avrebbe potuto vivere una nuova vita, ricca di memorie.

Dott.ssa Martina Sivieri

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