L’adolescenza non è un gioco da ragazzi

 

Quando ero ragazzina, se eri un’adolescente dovevi aver letto “Stargirl”, di Jerry Spinelli.
Un libro che parlava di libertà, dell’importanza di essere se stessi, di non fermarsi all’apparenza delle persone e delle cose, ma di andare alla ricerca della sostanza. C’era dell’anticonformismo, un senso di stravaganza che pervadeva la figura della protagonista, Susan, così lontana dall’immagine che avevo io di me stessa e dell’essere adolescente. Eppure quel libro affascinava tutte noi ragazze.
Ricordo il titolo giallo ocra sullo sfondo azzurro cielo della copertina. Sotto, una ragazza vestita di bianco che saltava nel mezzo di un prato verde. Bastavano quell’immagine e quel gioco di colori per far rivivere in ogni ragazzina il bisogno di indipendenza, di libertà e spensieratezza, che, come onde, si infrangevano su ognuna di noi. Era il tempo dei pantaloni larghi e delle pance fuori, delle treccine sottili e delle borsette a tracolla.

Non ero stata io la prima a leggere quel libro, ma la mia migliore amica. Ne era rimasta entusiasta! L’accordo era che, una volta che lei l’avesse terminato, sarebbe stato il mio turno. E così fu. Sembrava che quello che ci stavamo scambiando non fosse un semplice libro, ma un manuale d’istruzioni per crescere, per diventare grandi, un diario segreto grazie al quale essere padrone di noi stesse.
Era il libro del cambiamento.
Sentivo che qualcosa in me si stava trasformando, c’era un’energia nuova, ma ogni cosa scorreva veloce, ogni sensazione era difficile da afferrare ed incasellare, le emozioni vorticavano, in un sali-scendi da montagne russe. Tutto era diverso, io ero diversa, ma non riuscivo a dare un nome a tutto ciò.

Quel libro lo iniziai più volte, ma non lo terminai mai.
Lo trovavo a tratti affascinante, a tratti eccessivo. Sentivo di doverlo finire, perché “Lo hanno letto tutte, devo farlo anche io…”, perché avere l’appoggio del gruppo è qualcosa di vitale, di fondamentale importanza, ma quelle pagine stridevano con l’adolescente che sentivo di poter essere.
All’epoca mi sentivo diversa da tutte le mie amiche per non aver finito di leggere “Stargirl” e non essermi immedesimata nella protagonista, ma con il senno di poi credo di essere stata estremamente onesta con me stessa: quella era l’adolescenza che sentivo di poter vivere. Il tempo mi avrebbe permesso poi di affrontare tutti i cambiamenti che questa fase portava con sé, con il giusto ritmo e le dovute pause.
Questo perché, a mio parere, risulta riduttivo parlare di adolescenza, mentre più corretto potrebbe essere parlare di adolescenze: una per ogni ragazzo o ragazza che si trova a viverla.
Se la parola d’ordine è “cambiamento”, anche qui, a ben guardare, si tratta di “cambiamenti”. A tale proposito ci torna utile una definizione data da A. Birraux (1990): “L’adolescenza può essere definita come un tempo e come un lavoro: tempo psichico, psicologico e socioculturale della pubertà, lavoro essenzialmente psichico d’integrazione dei nuovi dati che la pubertà inaugura nella storia del soggetto.”
Ed ecco che il periodo dell’adolescenza si delinea come una sorta di “terra di mezzo”, dove non si è più bambini, ma non si è ancora adulti, dove il desiderio ed il bisogno di indipendenza sono forti, ma altrettanto forte è il legame con la propria famiglia d’origine, vista come il porto sicuro al quale approdare nei momenti di difficoltà. Costante è la messa in discussione delle regole, dei genitori e del loro ruolo, alla ricerca di punti di riferimento esterni, come il gruppo degli amici, i compagni di classe, che diventano punto d’appoggio e testimoni di un processo di separazione ed individuazione che pone le basi proprio nell’adolescenza. Questo periodo è di cambiamento tanto per i ragazzi, quanto per le loro famiglie, chiamate a ridefinire i loro equilibri interni, rispondendo al difficile compito di conciliare due forze opposte che al suo interno si scontrano: da un lato la spinta alla coesione e alla stabilità del sistema familiare, dall’altro la tendenza all’uscita e all’autonomia del giovane adolescente.
Ma non sempre tutto ciò è possibile, e quello a cui ci troveremmo davanti sarebbe un adolescente che fatica a sviluppare una propria identità adulta ben definita, incastrato tra passato e futuro, in un presente che fatica ad evolvere.

Ma anche essere genitori di figli adolescenti non è cosa facile, perché significa fare i conti anche con se stessi, con la propria adolescenza, significa guardare con nuovi occhi quello che fino a poco tempo prima era il proprio bambino, che giocava con i lego, o la propria bambina, che portava a spasso le bambole. Essere genitori in questa fase del ciclo di vita significa anche rivedere il proprio essere coppia, con un nuovo tempo da dedicare a se e all’altro. Non ricordo se in “Stargirl” ci fosse spazio per i genitori della ragazza, probabilmente no, ma non risulterebbe poi così difficile immaginare le dinamiche interne a quella famiglia, con una ragazza sopra le righe, anticonformista, che si batteva per la propria individualità… Anche loro si sarebbero ritrovati nella difficile posizione di mediatori tra l’interno e l’esterno, tra il vecchio ed il nuovo. Da un lato promotori dello svincolo del figlio, lasciandolo libero di sperimentare le proprie competenze al di fuori delle mura domestiche, dall’altro solida base per i momenti di incertezza e difficoltà.

Forse, se chiedessi a ciascuno di voi quale sia stato il libro della vostra adolescenza, che ne incarnasse valori, desideri, ideali, con protagonisti ai quali sentivate di assomigliare (o di voler assomigliare), probabilmente avremmo risposte diverse nell’oggetto, ma non nel contenuto: perché ogni adolescente, di ieri come di oggi, necessita di senso di appartenenza, di identità (di gruppo, oltre che personale), di scoperta del nuovo senza dover drasticamente abbandonare il vecchio, di messa in discussione di regole e convenzioni.

Nello stare con ragazzi adolescenti queste sono tutti aspetti da tener presenti, perché la cosa più difficile è accogliere e restituire un’immagine il più possibile reale, completa e dotata di senso a chi, guardandosi allo specchio, finisce con il non riconoscersi più.
Perché è bello poter essere come Susan, la nostra Stargirl, ma non sempre è così facile prendere un ideale, abbracciarlo, farlo proprio, assumere un ruolo così ben definito. Il più delle volte l’adolescenza è incertezza e starci dentro, senza rimanere disorientati, è la cosa più difficile.


Dott.ssa Martina Sivieri

Bibliografia A. Birraux, “L’adolescente ed il suo corpo”, Borla, Roma 1993 S. Minuchin, “Famiglia e Terapia della famiglia”, Astrolabio, Roma 1976 C. Nicolini, “Il colloquio psicologico nel ciclo di vita”, Carocci, Roma 2009 E. Scabini, V. Cigoli,“Il Famigliare: legami, simboli e transizioni”, Raffaello Cortina Editore, 2000 J. Spinelli, “Stargirl”, Mondadori, 2004

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